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LA GIUDECCA DI BOVA

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Le prime testimonianze della presenza a Bova di una comunità ebraica risalgono alla fine del XV secolo. Da un documento datato 26 giugno 1484, sappiamo che la città di Seminara era stata incaricata ad indagare su Antono de Bova, Philippo de Bova e Cosmano dei Bova, i quali si erano allontanati dalla terra di Seminara, senza versare i dovuti tributi fiscali. Più consistenti sono invece le fonti relative all’anno 1502, quando la Regia Corte di Napoli lamentava di non aver potuto riscuotere i tributi fiscali che la Giudecca di Bova doveva all’erario fin dal 1497. Il 23 Agosto del 1503, i sei nuclei familiari (fuochi) che costituivano la comunità giudaica bovese, versarono, per mano di Antonio Carnati, 9 ducati, relativi ai tributi fiscali imposti agli ebrei del Regno di Napoli. Un altro documento ci informa che nel 1508, i giudei bovesi chiesero alle autorità di saldare le tasse a rate, segno evidente di possibili difficoltà economiche.

 

E’ probabile che la piccola comunità ebraica di Bova sia cresciuta in concomitanza alla cacciata dei giudei dalle terre di Spagna, nel 1492. In quell’anno Reggio fu invasa dagli ebrei che lasciarono la Sicilia, al punto che due anni dopo, si decise di smistare gli esiliati in tutto il circondario della città calabrese. Come la gran parte delle giudecche dell’Italia meridionale, anche quella di Bova fu probabilmente abbandonata a seguito del secondo editto di Ferdinando il Cattolico (1511) che decretò l’espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli. In quello stesso anno, infatti le autorità bovesi chiesero la cancellazione dai ruoli fiscali della Giudecca di Bova. Ciò nonostante una cronaca bovese, redatta del 1774 dall’erudito Domenico Alagna, ricorda che gli ebrei furono scacciati da Bova solo nel 1577, con l’accusa di aver diffuso la peste. Lo stesso Alagna indica il quartiere degli ebrei nel quartiere di Pirgoli (dal greco “torri”), confinato tra due porte che si aprivano rispettivamente a Nord nei pressi della Torre Aghios Marini e a Sud, nelle vicinanze della Torre della Porta. Sebbene il terremo del 1783 abbia compromesso l’antico quartiere di Pirgoli, in parte occupato dalla costruzione dalla residenza nobiliare dei Mesiani Mazzacuva, è possibile riconoscere la porta meridionale della Giudecca, nell’arco che divide le due ali del palazzo, in cui è presente una feritoia, da riferirsi quasi certamente ad una struttura tardo medievale. Visibile è ancora l’andamento delle mura cittadine, compresa una delle tre torri (Torre Pirgoli) che fino al Settecento proteggevano questo fianco della città. Non sembra dunque casuale che proprio in questo versante delle mura occidentali di Bova si riscotri il toponimo ittu. Il termine potrebbe essere interpretato in vari modi e riferirsi o ad un luogo di discarica, così come il sito trovava destinazione fino ad alcuni anni fa, o ad una zona infima e sporca, in allusione proprio alla residenza di giudei, così come documentato anche in altri centri dell’Italia Meridionale.

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IL QUARTIERE EBRAICO DI PIRGOLI

L’entità dei terremoti che interessarono il borgo di Bova fin dalla seconda metà del Cinquecento rende oggi ardua l’interpretazione dell’assetto originario della Giudecca. In ogni modo la topografia attuale del quartiere di Pirgoli lascia ancora tracce degli spazi vitali e delle relative destinazioni d’uso riconducibili alla comunità giudaica del tempo. E’ bene ricordare che gli ebrei avevano bisogno di ricorrere a quello che viene definito “mimetismo strategico”, specialmente nell’edificazione dei luogo di culto. Per gli ebrei della Diaspora, la giudecca non rappresentò mai una vera e propria città, quanto un’aggregazione “temporanea” riutilizzando sistemi insediativi preesistenti. Nell’immaginario collettivo ebraico, l’unica vera città era rappresentata da Gerusalemme, mentre il solo edificio sacro ufficialmente riconosciuto rimaneva il Tempio che l’imperatore Tito aveva distrutto nel 70 e. v.. Nonostante ciò, già nel Medioevo, gli insediamenti ebraici si distinsero sempre di più per la presenza di specifici spazi urbani, rispondenti da un lato alle norme religiose - che li obbligavano ad avere ambienti deputati al culto e alla trasformazione dei cibi - dall’altro, alla politica di integrazione che si venne di volta in volta a creare con le comunità residenti, sempre attente a definire una linea di demarcazione per evitare contatti tra cristiani e giudei.

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La collocazione del quartiere ebraico bovese in un luogo marginale della città è un fattore indicativo, rispetto alle sempre possibili tensioni con la comunità cristiana locale. Per gli stessi motivi la giudecca di Bova si trovava nelle vicinanze dei fulcri del potere militare e religioso della città, considerati fattori necessari di protezione politica, visti i frequenti scoppi di conflittualità con i residenti. Gli ebrei bovesi risiedevano infatti nei pressi del Palazzo Vescovile e non lontano dalla roccaforte militare, ancora in uso nel 1586. Il quartiere di Pirgoli condivide inoltre intessenti analogie con le giudecche calabresi e siciliane. Esso infatti è ubicato in prossimità della principale porta cittadina (Porta della Torre), a ridosso degli assi commerciali e delle vie di transito intenso. Stessa cosa può dirsi a proposito dell’esistenza, nel quartiere bovese, di un’unica via di accesso (oggi Via Pirgoli), lungo la quale si disponevano, con molta probabilità, le strutture architettoniche deputate ad ospitare attività economiche. Non sembra azzardata l’idea di rapportare la vocazione al commercio degli ebrei bovesi con le due più importanti attività produttive locali: la sericoltura e l’estrazione della pece, ampiamente documentate anche prima nel resto della Calabria. Interessante è inoltre la presenza a Pirgoli di un pozzo, oggi inglobato nella corte di Palazzo Mesiani, elemento indispensabile ai bagni rituali e alla macellazione di carni kosher. Nessuna traccia è stata ancora individuata della sinagoga. Un’ipotesi suggestiva, che prende spunto da una struttura quadrangolare a muratura sottostante una finestra, che si innalza in un ambiente, antistante Palazzo Mesiani, destinato nella prima metà del Novecento a ricovero per animali.

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"PIRGOS CERAMICHE PARLANTI"

Storie di un dialogo mai interrotto

L’entità dei terremoti che interessarono il borgo di Bova fin dalla seconda metà del Cinquecento rende oggi ardua l’interpretazione dell’assetto originario della Giudecca. In ogni modo la topografia attuale del quartiere di Pirgoli lascia ancora tracce degli spazi vitali e delle relative destinazioni d’uso riconducibili alla comunità giudaica del tempo. E’ bene ricordare che gli ebrei avevano bisogno di ricorrere a quello che viene definito “mimetismo strategico”, specialmente nell’edificazione dei luogo di culto. Per gli ebrei della Diaspora, la giudecca non rappresentò mai una vera e propria città, quanto un’aggregazione “temporanea” riutilizzando sistemi insediativi preesistenti. Nell’immaginario collettivo ebraico, l’unica vera città era rappresentata da Gerusalemme, mentre il solo edificio sacro ufficialmente riconosciuto rimaneva il Tempio che l’imperatore Tito aveva distrutto nel 70 e. v.. Nonostante ciò, già nel Medioevo, gli insediamenti ebraici si distinsero sempre di più per la presenza di specifici spazi urbani, rispondenti da un lato alle norme religiose - che li obbligavano ad avere ambienti deputati al culto e alla trasformazione dei cibi - dall’altro, alla politica di integrazione che si venne di volta in volta a creare con le comunità residenti, sempre attente a definire una linea di demarcazione per evitare contatti tra cristiani e giudei.

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La collocazione del quartiere ebraico bovese in un luogo marginale della città è un fattore indicativo, rispetto alle sempre possibili tensioni con la comunità cristiana locale. Per gli stessi motivi la giudecca di Bova si trovava nelle vicinanze dei fulcri del potere militare e religioso della città, considerati fattori necessari di protezione politica, visti i frequenti scoppi di conflittualità con i residenti. Gli ebrei bovesi risiedevano infatti nei pressi del Palazzo Vescovile e non lontano dalla roccaforte militare, ancora in uso nel 1586. Il quartiere di Pirgoli condivide inoltre intessenti analogie con le giudecche calabresi e siciliane. Esso infatti è ubicato in prossimità della principale porta cittadina (Porta della Torre), a ridosso degli assi commerciali e delle vie di transito intenso. Stessa cosa può dirsi a proposito dell’esistenza, nel quartiere bovese, di un’unica via di accesso (oggi Via Pirgoli), lungo la quale si disponevano, con molta probabilità, le strutture architettoniche deputate ad ospitare attività economiche. Non sembra azzardata l’idea di rapportare la vocazione al commercio degli ebrei bovesi con le due più importanti attività produttive locali: la sericoltura e l’estrazione della pece, ampiamente documentate anche prima nel resto della Calabria. Interessante è inoltre la presenza a Pirgoli di un pozzo, oggi inglobato nella corte di Palazzo Mesiani, elemento indispensabile ai bagni rituali e alla macellazione di carni kosher. Nessuna traccia è stata ancora individuata della sinagoga. Un’ipotesi suggestiva, che prende spunto da una struttura quadrangolare a muratura sottostante una finestra, che si innalza in un ambiente, antistante Palazzo Mesiani, destinato nella prima metà del Novecento a ricovero per animali.

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