
UN VIAGGIO NELLA STORIA DELL'EBRAISMO IN CALABRIA
La storia degli ebrei in Calabria è oggi ricostruibile attraverso sporadiche testimonianze, tracce di preziose informazioni che, sebbene non consentono di visualizzare il panorama generale degli eventi, di certo ci introducono nella quotidianità di un popolo in continuo movimento, costantemente impegnato a ritagliarsi uno spazio all’interno delle comunità ospitanti, in cui si alternano momenti di pacifica convivenza interreligiosa a periodi di soprusi e di violenze.

DAL MITO...
I rapporti tra l’ebraismo e la Calabria risalgono ancor prima che Diaspora del I sec. e. v., generasse la dispersione del popolo di Abramo in tutto il bacino del Mediterraneo occidentale. D’allora le genti di fede ebraica si sparsero in tutto il mondo, generando in Europa due gruppi principali, diversi per tradizioni linguistiche e liturgiche: i sephardim, da Sefar che significa Spagna e gli ashkenazim, discendenti delle comunità ebraiche stanziatisi in una regione tedesca del Reno, dopo aver lasciato l’Italia meridionale, nel corso dell’Alto Medioevo.
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La Calabria fu una delle prime regioni ad essere interessata dalla Diaspora Ebraica. Una tradizione talmudica racconta che la parte meridionale della Penisola Italiana, era chiamata la terra grassa dei tessuti pregiati, assegnata da Isacco al figlio Esaù-Edon, a consolazione della primogenitura carpitagli dal fratello Giacobbe. Parafrasi bibliche lodano le coperte tinte di giacinto e di porpora delle terre italiche, abitate dai Greci, a dimostrazione dell’esistenza di una rete commerciale tra l’Italia meridionale peninsulare e il mondo ebraico. Di questa “terra grassa e feconda” si parla anche in un altro passo, tramandatoci nel Talmud (BShabbat 56b). Nel testo si afferma che quando Geroboàmo divise il Regno d’Israele dal Regno di Giuda, Dio preparò una capanna per accogliere i figli di Abramo in esilio, nella terra chiamata “l’Italyh shel Yavan” ovvero “l’Italia di Grecia”. Del resto, lo stesso nome “Italia”, che per i Greci identificava il lembo più estremo della Calabria, a Sud dell’istmo di Catanzaro, era, secondo una tradizione giudaica, un termine ebraico traducibile nell’espressione “l’isola della rugiada divina”, cioè “la terra donata da Dio agli ebrei, al tempo della Diaspora”. È a questo periodo che risalirebbe una significativa quanto suggestiva leggenda, destinata a saldare per sempre i rapporti tra Israele e la Calabria. A raccontarla è questa volta lo storico ebreo Giuseppe Flavio (I sec. e. v.), certo nell’affermare che a fondare Reggio era stato Aschenez, un pronipote di Noè. La notizia, più tardi ripresa da San Girolamo, non sfuggì nel Cinquecento allo storico calabrese Gabriele Barrio, il quale avvertì l’esigenza di assegnare un’origine ebraica anche al nome “Calabria”, facendolo derivare ora dal termine Calab (pece), di cui la Regione era particolarmente ricca, ora dalla parola Calab (chalav, latte), in riferimento alla numerosa presenza di bovini, che avrebbe determinato il nome “Italia”, ovvero “terra dei vitelli”. Il legame tra gli ebrei e la Calabria è ricordato ancora dallo storico Domenico Alagna, il quale nella seconda metà del Settecento sosteneva che tra i primi abitatori della marina di Bova, a Sud di Reggio Calabria, vi fossero anche genti “aramee”, appellativo a quel tempo utilizzato per indicare il popolo di Abramo.
ALLA STORIA
I miti che ricordano la presenza ebraica in Calabria hanno nel tempo trovato riscontro in una serie di rinvenimenti archeologici di notevole interesse. La prima testimonianza di un’antica presenza giudaica nella Regione è la lastra marmorea (14,5 x 16,7 cm.), oggi custodita al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, recante un’epigrafe in greco, della prima metà del secolo IV e. v., identificata con il titulus di una sinagoga nella Reggio Tardo Antica. Interessanti sono inoltre le testimonianze materiali rinvenute sito archeologico della frazione di Lazzaro, dove è stata portata alla luce una lucerna di provenienza nordafricana (V-VI sec. d. C.), raffigurante il candelabro a sette bracci, (Menorah), emblema tipico del mondo giudaico.
Ad arricchire il quadro delle realtà giudaiche del reggino meridionale è stata la scoperta, nel sito archeologico di Bova Marina, in contrada San Pasquale, dei resti di una sinagoga, decorata con un pavimento musivo, databile alla metà del IV sec. e.v., costituito da una serie di riquadri, contenenti simboli religiosi giudaici, tra cui una Menorah, (candelabro a sette bracci) affiancata a sinistra dallo shofar (corno d’ariete) e a destra da una lulab (palma) e un etrog (cedro). Quest’ultimo potrebbe considerarsi come una delle prime raffigurazioni del frutto di cedro, pianta forse importata in Calabria dagli stessi ebrei della Diaspora. Il ritrovamento di Bova Marina è estremamente importante nel quadro degli insediamenti ebraici nel Mediterraneo Occidentale. Si tratta, infatti, di una delle più antiche sinagoghe nella Penisola Italiana, attiva durante tutto il corso dell’età Ostrogota (480-553 e.v.), quando l’ambiente di culto giudaico fu munito di un’abside, di magazzini e di un ricovero destinato ai pellegrini e ai rabbini di passaggio. Sempre dal sito di Bova Marina provengono infine anse di anfore di fabbricazione locale (IV-V sec. e.v.), riportanti il timbro di un candelabro a sette bracci, testimonianze di una attiva produzione e commercializzazione di cibi kosher, (preparati secondo le norme alimentari ebraiche) di certo destinata alle numerose comunità giudaiche sparse tra il Nord Africa, la Sicilia e il resto dell’Italia Meridionale. Il sito giudaico di Bova Marian proliferò fino alla fine del VI sec. e.v., quando un violento incendio, forse dovuto ad una incursione Longobarda, spense per sempre l’intero abitato costiero, ancora oggi oggetto di studi e di campagna di scavo archeologiche. Bisognerà attendere la prima età Normanna per avere le prime informazioni sul rifiorire delle giudecche nella Calabria meridionale. Di contro già nel corso del X secolo sappiamo che nella città di Rossano era attivo Shabbetai Donnolo, noto medico, farmacologo e astronomo, considerato il più eminente rappresentante della cultura ebraica dell’Alto Medioevo.

